"Vendi tutto poi vieni e seguimi." (Lc 18,22)

La spiritualità della Piccola Famiglia dell'Esodo nasce e trova radice e fondamento da e nella Parola di Dio e si ispira all'esperienza concreta della figura umile, ma grande nella testimonianza evangelica, di San Benedetto Giuseppe Labre, il santo che prega ad immagine della strada (A. Louf). Pensiamo sia bene premettere alcune note biografiche di questo Santo alle poche pagine che seguiranno perchè crediamo che possano illuminare alcune delle scelte operate dalla Comunità all'inizio del suo ancor giovane cammino ed alle quali essa intende rimanere fedele.


Benedetto Giuseppe Labre venne alla luce ad Amettes (Francia) il 26 marzo 1748 e morì a Roma il 16 aprile 1783. Egli nutrì un fortissimo desiderio di consacrazione nel silenzio e nel nascondimento che lo portò a chiedere di essere accolto da Trappe e Certose dalle quali fu respinto. Fu proprio il desiderio di entrare in Trappa che lo portò in Italia dove egli scoprì, fra sofferenze e privazioni che lo stroncarono ancor giovane, la sua vera vocazione: la strada, l'interminabile cammino che essa significa, lo spogliamento di sè, la testimonianza silenziosa ed orante della ricerca instancabile del Dio Unico e Trino. La sua vita insegna che la preghiera è spogliamento, è povertà sempre più grande, è amore sempre più forte. Si tocca in lui (citiamo ancora Louf, profondo conoscitore del Santo) un abisso di povertà e di spoliazione interiore di cui ogni povertà esteriore non è che un pallido richiamo. Questo testimone di Dio errò dunque da Santuario a Santuario, da nazione a nazione: Lione, Loreto, Roma, Bari, Napoli, Compostella, Chambery, poi ancora Loreto e Roma dove visse gli ultimi anni in un anfratto del Colosseo e dove cadde morente per strada, raccolto negli ultimi istanti da un suo devoto, che lo depose nella sua camera da letto.

Spiritualità Labreniana

Il camminare silenzioso ed instancabile, il silenzio nella testimonianza, la precarietà assoluta, l'amore per la povertà , la preghiera incessante, insegnateci da nostro Signore Gesù Cristo ed incarnatesi in questa splendida testimonianza di vita hanno fatto di San Benedetto Labre il Patrono e l'ispiratore della Forma di Vita della Piccola Famiglia dell'Esodo.

La Comunità Monastico-Eremitica

Tutto è iniziato con una richiesta all'Arcivescovo, da parte della Fondatrice, di vivere una esperienza del tutto personale nella solitudine come solitaria e personale fu l'esperienza del Santo. Più tardi, per esplicito desiderio dell'Arcivescovo stesso, dopo un discernimento durato circa otto anni, nel 1997 ha inizio l'esperienza comunitaria aperta a quanti, uomini e donne, sentissero una specifica chiamata del Signore. Nel 1998 tale esperienza comunitaria ebbe la prima approvazione scritta, approvazione poi resa pubblica, con una Cerimonia nella Cattedrale di Ancona, il 26 giugno 2003, sempre ad opera dell'Arcivescovo di Ancona-Osimo Monsignor Franco Festorazzi che la Comunità considera suo Padre amabilissimo, suo Maestro di Vita e Pastore esemplare.
Oltre che dal discernimento spirituale con il Pastore della Diocesi e con diversi Confessori, la Regola di Vita scaturisce dalla meditazione costante della Parola di Dio, di alcuni passi evangelici, delle pagine dei profeti ed in particolare delle Lamentazioni e di Isaia.
Fra i cardini della spiritualità vi è l'additare agli Uomini Dio come Unico Signore della storia invitando i fratelli a liberarsi da ogni genere di idolatria, male che affligge il mondo contemporaneo e avvilisce la dignità dell'essere Figli di Dio: nei tanti passi biblici del Primo e del Nuovo Testamento che a ciò rimandano è particolarmente caro ai Monaci ed alle Monache della Piccola Famiglia dell'Esodo:
"Voi siete miei testimoni, c'è forse un dio fuori me o una roccia che io non conosca" (Is 44,8)

Esplicitamente è stato scritto nella Forma di Vita:

"(I Monaci e le Monache) Con la vita, le parole e le opere testimonieranno l'unicità di Dio invitando costantemente se stessi ed i fratelli a liberarsi da ogni tentazione di non rendere al Dio Trino ed Unico il culto a Lui dovuto quale solo Signore della vita e della storia di ogni uomo e dell'universo intero rinnovato e rigenerato dal Cristo nel parto tremendo e doloroso della croce."


L'abito
Dalla meditazione del Sangue sparso per il mondo nasce anche il colore dell'abito. Blu ad indicare l'immensità di Dio Signore del cielo e della terra e rosso per indicare il Sangue che il Figlio versa per noi. I Membri della Piccola Famiglia dell'Esodo, infatti, pongono al centro della loro spiritualità l'adorazione Eucaristica facendo memoria del Corpo e del Sangue che Cristo ha offerto sulla Croce per la nostra Salvezza.

L'austerità della vita
Ad immagine di Cristo che non "aveva dove posare il capo", che invita al "digiuno ed alla preghiera" e sull'esempio di San Benedetto Labre che mangiava di quello che gli veniva dato condividendo con i più poveri di lui quanto gli veniva offerto in carità la Piccola Famiglia dell'Esodo sceglie la precarietà come altro cardine della sua vita spirituale. Precarietà che significa rifiuto di ogni umana sicurezza e affidamento totale al Signore attraverso la Chiesa.
Nella Forma di Vita è scritto infatti:
"La scelta della precarietà li accompagnerà sempre, e sarà espressa nella vita attraverso la povertà vissuta come spogliamento che rende più vicini alla terra dalla quale veniamo ed alla quale torneremo per divenire in essa, come Cristo, seme del Padre in attesa della Resurrezione e della visione del Volto di Dio meta ultima e beata del nostro pellegrinare."
Per ricordare questo totale abbandono al Dio provvidente e misericordioso, accanto al tabernacolo della Comunità è scritto "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46). Sia infatti l'abbandono in Dio per le cose materiali l'espressione dell'interiore abbandono nelle Sue Mani di tutta la vita con quella fiducia e quella fede che consentirono a Pietro di camminare sulle acque.
Nella Regola di Vita è scritto:
"Mangeranno quello che verrà loro inviato dalla Provvidenza astenendosi comunque dalle carni, dai latticini e dalle uova ogni venerdì.
Digiuneranno tutti i giorni esclusa la domenica e le festività e non assumeranno cibo e bevanda senza licenza al di fuori dei pasti salvo caso di necessità perchè la carità e la necessità non hanno legge."

Il Lavoro nel silenzio e nella solitudine
I Monaci lavorano, come operai a domicilio, per fabbriche della zona e integrano così le offerte dei Benefattori. Anche questo tipo di lavoro è precario, ma il Monaco rimane tranquillo e sereno nella sua cella "come un pulcino che non ha niente da mangiare se la madre non gliene da"(San Romualdo).
A motivo della radicale povertà , della considerazione del lavoro come dono stesso della Provvidenza, dell'impegno a sentirsi servi dei fratelli e di mai chiedere senza vera necessità i Monaci, con il frutto del loro lavoro e con le offerte dei Benefattori provvederanno uscendo dalla Clausura a quanto necessario alla loro mensa ed agli ordinari bisogni della Casa.
Mai inoperoso, nelle ore di lavoro, ma fiducioso nel Signore "che veste i gigli dei campi e nutre gli uccelli del cielo" il Monaco svolge il suo lavoro in strettissimo silenzio ed in solitudine, senza pretender compenso, una solitudine-solidale verso ogni uomo. E' scritto, infatti: "E' bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore." (Lam.3,26)
Pertanto, nella Regola di Vita è scritto:
"Lavoreranno rimanendo solitari ed in silenzio nelle loro celle ricordando le parole della Scrittura: "Sieda costui solitario e resti in silenzio, poichè egli glielo ha imposto, cacci nella polvere la bocca, forse c'è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni" (Lam 3,28-29).

La Cella
Ci sembra opportuno spendere una parola in più per l’amore che il Monaco coltiva per la sua cella, luogo privilegiato del suo incontro con il Dio Salvatore e luogo di comunione con i Fratelli. Tocca al Monaco, uomo della solitudine e della carità, prendere su di sé e testimoniare la condizione di pellegrino, a tutti comune e vigilare affinchè possa a lui essere rivolta la grande domanda: Sentinella, quanto resta della notte? (Is. 21.11). Il Monaco dunque è un uomo che veglia nel silenzio, che “come la cerva ai corsi di acqua …anela a Dio” (Sal.42-43, 2) e che nella notte e nella solitudine eleva a Dio il suo sguardo appassionato, la sua preghiera per il mondo.
Ascoltiamo San Pier Damiani, in una sua commovente testimonianza sull’eremo. Egli, che prima di entrare nella sua cella, ne abbracciava sempre la porta con amore di sposo, scrisse: “E che più dirò di te, vita eremitica… Ti conoscono solo quelli che ti amano, sanno proclamare le tue lodi solo quelli che si riposano felicemente nell’abbraccio del tuo amore…Anch’io mi confesso impari al tuo elogio, ma una cosa so per certo, o vita benedetta, e l’affermo senza esitazione: certamente abita in te chiunque cerchi di perseverare nel desiderio del tuo amore, ma in lui è Dio che abita.”
Nella cella il Monaco vive il suo grande amore per Dio e peri il mondo, nel silenzio e nel nascondimento.


La Comunione con la Chiesa
“I monasteri – insegna il Magistero della Chiesa – sono stati e sono tutt’ora, nel cuore della Chiesa, e del mondo, un eloquente segno di comunione, un’accogliente dimora per coloro che cercano Dio e le cose dello spirito, scuole di fede e veri laboratori di studio, di dialogo e di cultura per l’edificazione della vita ecclesiale e della stessa città terrena, in attesa di quella celeste.” (Vita consacrata 12) E nello stesso documento: “Gli eremiti e le eremite, appartenenti ad Ordini antichi o ad Istituti nuovi, o anche dipendenti direttamente dal Vescovo, con l’interiore ed esteriore separazione dal mondo testimoniano la provvisorietà del tempo presente, col digiuno e la penitenza attestano che non di solo pane vive l’uomo ma della parola di Dio (cfr. Mt 4,4)”. Una tale vita “nel deserto” è un invito per i propri simili e per la stessa Comunità ecclesiale a non perdere mai di vista la suprema vocazione che è di stare sempre con il Signore. “ Dunque: “Gli eremiti, nella profondità della loro solitudine, non solo non si  sottraggono alla comunione ecclesiale, ma la servono con il loro specifico carisma contemplativo” (ibid. 7-42)


La veglia notturna
La vita di preghiera del Monaco della Piccola Famiglia dell’Esodo culmina nella lunga veglia notturna, che inizia alle ore 21 e termina alle ore 2 del mattino. Fino al temine della Santa Messa e cioè fino a mezzanotte la porta della Cappella rimarrà aperta a chi volesse condividere questa esperienza di preghiera. I monaci terranno presenti le parole della Scrittura:
“ Alzati, grida nella notte
quando cominciano i turni di sentinella;
effondi come acqua il tuo cuore, davanti al Signore;
alza verso di Lui le mani
per la vita dei tuoi bambini,
che muoiono di fame all’angolo di ogni strada” (Lam. 2,19)

E pertanto nella Forma di Vita è scritto:

“Sull’esempio di Gesù (cfr. Lc 6,12) trascorreranno parte della notte in preghiera aprendo tale esperienza alla condivisione con i fratelli che necessitano o desiderino un tempo di silenzio e di più intensa comunione col Signore nell'ascolto della voce dello Spirito Santo che santifica e vivifica ogni cosa.”

Questo poiché la notte, attesa del giorno, è segno della vita terrena che volge verso la visione beata dal Volto di Dio: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11)
“A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo Sposo, andategli incontro!” (Mt25,6)


La Preghiera incessante

Pregherà, il Monaco, giorno e notte, mentre lavora e mentre mangia, ventiquattro ore su ventiquattro, nella notte e durante il riposo, all’alba ed in ogni istante della sua giornata accolta e donata. Nell’assoluto nascondimento porterà a Dio la supplica incessante di vederne un giorno il Volto, di amarlo sopra ogni cosa, di vivere in comunione con il creato “opera delle mani di Dio” (Sal.19,2).
Il suo cuore sarà sempre occupato dalle pagine della Scrittura, per conversare di Dio nella pienezza dell’intimità che Egli riserva ai Suoi amici. Scrive il Padre Lassus: “Tale preghiera continua dell’eremita è simile al respiro ansimante di certi animali assetati, a volte furiosi per la sete, che anelano a raggiungere finalmente la fonte di acqua viva.” Così che il Monaco dimora in Dio. In un suo messaggio Pio XII ebbe a dire: “Questo è il cuore della vita contemplativa: dimorare in Dio nell’amore affinchè Dio dimori in noi” (26 luglio 1958). E ancora Papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai contemplativi nel 1981 ribadì: “continuate ad attestare con forza ed umiltà la dimensione trascendente della persona, creata a somiglianza di Dio e chiamata a vivere nella intimità con Lui”.


Il Pellegrinaggio

Con il pellegrinaggio si intende seguire l’esempio di San Benedetto Giuseppe Labre: silenzioso e rispettoso cammino per le strade, senza mendicare, senza parlare, senza fare altro che pregare davanti al Tabernacolo di ogni Chiesa aperta, davanti ad ogni icona sacra per strada, pronti a subire per questo ogni umiliazione, testimoni di Dio, come Benedetto Labre “nella e per la sua preghiera” (A. Louf ).

Pertanto è scritto nella Forma di vita:

“A turno, tutti i giorni dell’anno escluse le domeniche e le festività, portando con sé il Breviario, una Bibbia ed il Rosario, pellegrineranno di Chiesa in Chiesa, rimanendo in silenzio, adorando il Signore ed implorando di guardare con bontà e misericordia al Suo Popolo in cammino. “Egli è Dio e noi il gregge che Egli conduce” Sal.95, 7.”


La vita fraterna

I Monaci vivono la loro giornata in cella dove consumano i pasti in solitudine. La cena sarà consumata in piedi in ricordo della pasqua ebraica ed in preparazione alla Veglia notturna. Nei giorni di domenica e di alcune festività particolari consumeranno i pasti insieme, in silenzio. Nel pomeriggio della domenica, dopo la condivisione della Lectio Divina i Monaci trascorreranno in ricreazione il resto del pomeriggio. Possibilmente una volta al mese si recheranno fuori per una giornata all’aperto, pregando e parlando insieme.

Il cammino formativo

Il cammino di formazione prevede un pre-postulato se necessario, un Postulato vero e proprio della durata di uno o due anni, o anche di più a discrezione del Superiore; un Noviziato di almeno due anni e l’ammissione alla Promessa di Obbedienza, da rinnovare poi annualmente.
Durante il periodo di formazione ci si applicherà allo studio della Teologia e alla meditazione della Scrittura oltre che all’apprendimento di lavori artigianali utili al mantenimento della Comunità.
Sempre sarà possibile accedere a Corsi Biblici e Teologici secondo le attitudini di ognuno, poiché lo studio e l’approfondimento della Parola di Dio accompagneranno i Monaci per tutto l’arco della loro vita.


L'accoglienza

Particolare attenzione viene posta ai familiari, segnatamente ai Genitori che possono visitare i figli ogni due mesi e consumare con loro un pasto all’anno.
In spirito di obbedienza al proprio Pastore la Comunità ha aperto le porte del parlatorio per un giorno alla settimana per le Confessioni, l’accompagnamento spirituale, l’introduzione alla Lectio Divina e per l’ascolto di persone in difficoltà.

Per chiunque volesse condividere la vita dei Monaci il Monastero mette a disposizione una cella per un massimo di cinque giorni.

Una giornata della Comunità

8.00-8.30: levata, preghiera personale e colazione. Riordino della Cella
8.30-10.00: Lodi in comune e ritiro in cella per la meditazione
10.00: lavoro anche fuori cella ove necessario per le attività della Casa
13.00: pranzo, riordino
13.30-15.00: studio o lettura
15.00-20.00: Ora Media e lavoro in Cella
20.00: cena e preparazione alla Veglia
21.00: Vespro, Ufficio delle letture, Veglia con adorazione
00.00: ritiro in Cella per la lectio divina
01.30: in Cappella per Compieta, domanda di perdono
02.00: riposo

Nei giorni di Domenica, e delle festività la Santa Messa viene celebrata alle ore 19.00.

Conclusione

“Possano Maria, Madre dei Peccatori, San Benedetto Giuseppe Labre e i Santi Protettori guidare fino al compimento, nella fedeltà gioiosa e nella carità fraterna, l'opera che Dio inizia in coloro che Egli chiama” (dalla Forma di Vita).
a Forma di Vita)

“Vendi tutto…

poi vieni e seguimi.” Lc 18,22

La spiritualità della Piccola Famiglia dell’Esodo nasce e trova radice e fondamento da e nella Parola di Dio e si ispira all’esperienza concreta della figura umile, ma grande nella testimonianza evangelica, di San Benedetto Giuseppe Labre, il santo che pregò “ad immagine della strada” (A. Louf). Pensiamo sia bene premettere alcune note biografiche di questo Santo alle poche pagine che seguiranno perché crediamo che possano illuminare alcune delle scelte operate dalla Comunità all’inizio del suo ancor giovane cammino ed alle quali essa intende rimanere fedele.

Benedetto Giuseppe Labre venne alla luce ad Amettes (Francia) il 26 marzo 1748 e morì a Roma il 16 aprile 1783. Egli nutrì un fortissimo desiderio di consacrazione nel silenzio e nel nascondimento che lo portò a chiedere di essere accolto da Trappe e Certose dalle quali fu respinto. Fu proprio il desiderio di entrare in Trappa che lo portò in Italia dove egli scoprì, fra sofferenze e privazioni che lo stroncarono ancor giovane, la sua vera vocazione: la strada, l’interminabile cammino che essa significa, lo spogliamento di sé, la testimonianza silenziosa ed orante della ricerca instancabile del Dio Unico e Trino. La sua vita insegna che la preghiera è spogliamento, è povertà sempre più grande, è amore sempre più forte. Si tocca in lui (citiamo ancora Louf, profondo conoscitore del Santo) “un abisso di povertà e di spoliazione interiore di cui ogni povertà esteriore non è che un pallido richiamo”. Questo testimone di Dio errò dunque da Santuario a Santuario, da nazione a nazione: Lione, Loreto, Roma, Bari, Napoli, Compostella, Chambery, poi ancora Loreto e Roma dove visse gli ultimi anni in un anfratto del Colosseo e dove cadde morente per strada, raccolto negli ultimi istanti da un suo devoto, che lo depose nella sua camera da letto.

Spiritualità Labreniana

Il camminare silenzioso ed instancabile, il silenzio nella testimonianza, la precarietà assoluta, l’amore per la povertà, la preghiera incessante, insegnateci da nostro Signore Gesù Cristo ed incarnatesi in questa splendida testimonianza di vita hanno fatto di San Benedetto Labre il Patrono e l’ispiratore della Forma di Vita della Piccola Famiglia dell’Esodo.

La Comunità Monastico-Eremitica

Tutto è iniziato con una richiesta all’ Arcivescovo, da parte della Fondatrice, di vivere una esperienza del tutto personale nella solitudine come solitaria e personale fu l’esperienza del Santo. Più tardi, per esplicito desiderio dell’Arcivescovo stesso, dopo un discernimento durato circa otto anni, nel 1997 ha inizio l’esperienza comunitaria aperta a quanti, uomini e donne, sentissero una specifica chiamata del Signore. Nel 1998 tale esperienza comunitaria ebbe la prima approvazione scritta, approvazione poi resa pubblica, con una Cerimonia nella Cattedrale di Ancona, il 26 giugno 2003, sempre ad opera dell’Arcivescovo di Ancona-Osimo Monsignor Franco Festorazzi che la Comunità considera suo Padre amabilissimo, suo Maestro di Vita e Pastore esemplare.

Oltre che dal discernimento spirituale con il Pastore della Diocesi e con diversi Confessori, la Regola di Vita scaturisce dalla meditazione costante della Parola di Dio, di alcuni passi evangelici, delle pagine dei profeti ed in particolare delle Lamentazioni e di Isaia.

Fra i cardini della spiritualità vi è l’additare agli Uomini Dio come Unico Signore della storia invitando i fratelli a liberarsi da ogni genere di idolatria, male che affligge il mondo contemporaneo e avvilisce la dignità dell’essere Figli di Dio: nei tanti passi biblici del Primo e del Nuovo Testamento che a ciò rimandano è particolarmente caro ai Monaci ed alle Monache della Piccola Famiglia dell’Esodo Isaia 44,8:

“Voi siete miei testimoni, c’è forse un dio fuori me o una roccia che io non conosca?” Is 44,8

Esplicitamente è stato scritto nella Forma di Vita:

(I Monaci e le Monache) “Con la vita, le parole e le opere testimonieranno l’unicità di Dio invitando costantemente se stessi ed i fratelli a liberarsi da ogni tentazione di non rendere al Dio Trino ed Unico il culto a Lui dovuto quale solo Signore della vita e della storia di ogni uomo e dell’universo intero rinnovato e rigenerato dal Cristo nel parto tremendo e doloroso della croce.”

L’Abito

Dalla meditazione del Sangue sparso per il mondo nasce anche il colore dell’abito. Blu ad indicare l’immensità di Dio Signore del cielo e della terra e rosso per indicare il Sangue che il Figlio versò per noi. I Membri della Piccola Famiglia dell’Esodo, infatti, pongono al centro della loro spiritualità l’adorazione Eucaristica facendo memoria del Corpo e del Sangue che Cristo ha offerto sulla Croce per la nostra Salvezza.

L’Austerità della Vita

Ad immagine di Cristo che non ”aveva dove posare il capo”, che invita al “digiuno ed alla preghiera” e sull’esempio di San Benedetto Labre che mangiava di quello che gli veniva dato condividendo con i più poveri di lui quanto gli veniva offerto in carità la Piccola Famiglia dell’Esodo sceglie la precarietà come altro cardine della sua vita spirituale. Precarietà che significa rifiuto di ogni umana sicurezza e affidamento totale al Signore attraverso la Chiesa.

Nella Forma di Vita è scritto infatti:

“La scelta della precarietà li accompagnerà sempre, e sarà espressa nella vita attraverso la povertà vissuta come spogliamento che rende più vicini alla terra dalla quale veniamo ed alla quale torneremo per divenire in essa, come Cristo, seme del Padre in attesa della Resurrezione e della visione del Volto di Dio meta ultima e beata del nostro pellegrinare.”

Per ricordare questo totale abbandono al Dio provvidente e misericordioso, accanto al tabernacolo della Comunità è scritto “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Sia infatti l’abbandono in Dio per le cose materiali l’espressione dell’interiore abbandono nelle Sue Mani di tutta la vita con quella fiducia e quella fede che consentirono a Pietro di camminare sulle acque.

Nella Forma di Vita è scritto:

“Mangeranno quello che verrà loro inviato dalla Provvidenza astenendosi comunque dalle carni, dai latticini e dalle uova ogni venerdì.

Digiuneranno tutti i giorni esclusa la domenica e le festività e non assumeranno cibo e bevanda senza licenza al di fuori dei pasti salvo caso di necessità perché la carità e la necessità non hanno legge.”

Il Lavoro nel Silenzio e nella Solitudine

I Monaci lavorano, come operai a domicilio, per fabbriche della zona e integrano così le offerte dei Benefattori. Anche questo tipo di lavoro è precario, ma il Monaco rimane tranquillo e sereno nella sua cella “come un pulcino che non ha niente da mangiare se la madre non gliene dà”(San Romualdo).

A motivo della radicale povertà, della considerazione del lavoro come dono stesso della Provvidenza, dell’impegno a sentirsi servi dei fratelli e di mai chiedere senza vera necessità i Monaci, con il frutto del loro lavoro e con le offerte dei Benefattori provvederanno uscendo dalla Clausura a quanto necessario alla loro mensa ed agli ordinari bisogni della Casa.

Mai inoperoso, nelle ore di lavoro, ma fiducioso nel Signore “che veste i gigli dei campi e nutre gli uccelli del cielo” il Monaco svolge il suo lavoro in strettissimo silenzio ed in solitudine, senza pretender compenso. È scritto, infatti:

“È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore.” Lam.3,26

Pertanto, nella Forma di Vita è scritto:

“Lavoreranno rimanendo solitari ed in silenzio nelle loro celle ricordando le parole della Scrittura: ”Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto, cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni” (Lam 3,28-29).

La Cella

Ci sembra opportuno spendere una parola in più per l’amore che il Monaco coltiva per la sua cella, luogo privilegiato del suo incontro con il Dio Salvatore e luogo di comunione con i Fratelli. Tocca al Monaco, uomo della solitudine e della carità, prendere su di sé e testimoniare la condizione di pellegrino, a tutti comune e vigilare affinchè possa a lui essere rivolta la grande domanda: Sentinella, quanto resta della notte? (Is. 21.11). Il Monaco dunque è un uomo che veglia nel silenzio, che “come la cerva ai corsi di acqua …anela a Dio” (Sal.42-43, 2) e che nella notte e nella solitudine eleva a Dio il suo sguardo appassionato, la sua preghiera per il mondo.

Ascoltiamo San Pier Damiani, in una sua commovente testimonianza sull’eremo. Egli, che prima di entrare nella sua cella, ne abbracciava sempre la porta con amore di sposo, scrisse: “E che più dirò di te, vita eremitica… Ti conoscono solo quelli che ti amano, sanno proclamare le tue lodi solo quelli che si riposano felicemente nell’abbraccio del tuo amore…Anch’io mi confesso impari al tuo elogio, ma una cosa so per certo, o vita benedetta, e l’affermo senza esitazione: certamente abita in te chiunque cerchi di perseverare nel desiderio del tuo amore, ma in lui è Dio che abita.”

Nella cella il Monaco vive il suo grande amore per Dio e peri il mondo, nel silenzio e nel nascondimento.

La Comunione con la Chiesa

“I monasteri – insegna il Magistero della Chiesa – sono stati e sono tutt’ora, nel cuore della Chiesa, e del mondo, un eloquente segno di comunione, un’accogliente dimora per coloro che cercano Dio e le cose dello spirito, scuole di fede e veri laboratori di studio, di dialogo e di cultura per l’edificazione della vita ecclesiale e della stessa città terrena, in attesa di quella celeste.” (Vita consacrata 12) E nello stesso documento: “Gli eremiti e le eremite, appartenenti ad Ordini antichi o ad Istituti nuovi, o anche dipendenti direttamente dal Vescovo, con l’interiore ed esteriore separazione dal mondo testimoniano la provvisorietà del tempo presente, col digiuno e la penitenza attestano che non di solo pane vive l’uomo ma della parola di Dio (cfr. Mt 4,4)”. Una tale vita “nel deserto” è un invito per i propri simili e per la stessa Comunità ecclesiale a non perdere mai di vista la suprema vocazione che è di stare sempre con il Signore. “ Dunque: “Gli eremiti, nella profondità della loro solitudine, non solo non si  sottraggono alla comunione ecclesiale, ma la servono con il loro specifico carisma contemplativo” (ibid. 7-42)

La Veglia Notturna

La vita di preghiera del Monaco della Piccola Famiglia dell’Esodo culmina nella lunga veglia notturna, che inizia alle ore 21 e termina alle ore 2 del mattino. Fino al temine della Santa Messa e cioè fino a mezzanotte la porta della Cappella rimarrà aperta a chi volesse condividere questa esperienza di preghiera. I monaci terranno presenti le parole della Scrittura:

“ Alzati, grida nella notte

quando cominciano i turni di sentinella;

effondi come acqua il tuo cuore, davanti al Signore;

alza verso di Lui le mani

per la vita dei tuoi bambini,

che muoiono di fame all’angolo di ogni strada” (Lam. 2,19)

E pertanto nella Forma di Vita è scritto:

“Sull’esempio di Gesù (cfr. Lc 6,12) trascorreranno parte della notte in preghiera aprendo tale esperienza alla condivisione con i fratelli che necessitano o desiderino un tempo di silenzio e di più intensa comunione col Signore nell'ascolto della voce dello Spirito Santo che santifica e vivifica ogni cosa.”

Questo poiché la notte, attesa del giorno, è segno della vita terrena che volge verso la visione beata dal Volto di Dio: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11)

“A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo Sposo, andategli incontro!” (Mt25,6)

La Preghiera Incessante

Pregherà, il Monaco, giorno e notte, mentre lavora e mentre mangia, ventiquattro ore su ventiquattro, nella notte e durante il riposo, all’alba ed in ogni istante della sua giornata accolta e donata. Nell’assoluto nascondimento porterà a Dio la supplica incessante di vederne un giorno il Volto, di amarlo sopra ogni cosa, di vivere in comunione con il creato “opera delle mani di Dio” (Sal.19,2).

Il suo cuore sarà sempre occupato dalle pagine della Scrittura, per conversare di Dio nella pienezza dell’intimità che Egli riserva ai Suoi amici. Scrive il Padre Lassus: “Tale preghiera continua dell’eremita è simile al respiro ansimante di certi animali assetati, a volte furiosi per la sete, che anelano a raggiungere finalmente la fonte di acqua viva.” Così che il Monaco dimora in Dio. In un suo messaggio Pio XII ebbe a dire: “Questo è il cuore della vita contemplativa: dimorare in Dio nell’amore affinchè Dio dimori in noi” (26 luglio 1958). E ancora Papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai contemplativi nel 1981 ribadì: “continuate ad attestare con forza ed umiltà la dimensione trascendente della persona, creata a somiglianza di Dio e chiamata a vivere nella intimità con Lui”.

Il Pellegrinaggio

Con il pellegrinaggio si intende seguire l’esempio di San Benedetto Giuseppe Labre: silenzioso e rispettoso cammino per le strade, senza mendicare, senza parlare, senza fare altro che pregare davanti al Tabernacolo di ogni Chiesa aperta, davanti ad ogni icona sacra per strada, pronti a subire per questo ogni umiliazione, testimoni di Dio, come Benedetto Labre “nella e per la sua preghiera” (A. Louf ).

Pertanto è scritto nella Forma di vita:

“A turno, tutti i giorni dell’anno escluse le domeniche e le festività, portando con sé il Breviario, una Bibbia ed il Rosario, pellegrineranno di Chiesa in Chiesa, rimanendo in silenzio, adorando il Signore ed implorando di guardare con bontà e misericordia al Suo Popolo in cammino. “Egli è Dio e noi il gregge che Egli conduce” Sal.95, 7.”

La Vita Fraterna.

I Monaci vivono la loro giornata in cella dove consumano i pasti in solitudine. La cena sarà consumata in piedi in ricordo della pasqua ebraica ed in preparazione alla Veglia notturna. Nei giorni di domenica e di alcune festività particolari consumeranno i pasti insieme, in silenzio. Nel pomeriggio della domenica, dopo la condivisione della Lectio Divina i Monaci trascorreranno in ricreazione il resto del pomeriggio. Possibilmente una volta al mese si recheranno fuori per una giornata all’aperto, pregando e parlando insieme.

Il Cammino Formativo

Il cammino di formazione prevede un pre-postulato se necessario, un Postulato vero e proprio della durata di uno o due anni, o anche di più a discrezione del Superiore; un Noviziato di almeno due anni e l’ammissione alla Promessa di Obbedienza, da rinnovare poi annualmente.

Durante il periodo di formazione ci si applicherà allo studio della Teologia e alla meditazione della Scrittura oltre che all’apprendimento di lavori artigianali utili al mantenimento della Comunità.

Sempre sarà possibile accedere a Corsi Biblici e Teologici secondo le attitudini di ognuno, poiché lo studio e l’approfondimento della Parola di Dio accompagneranno i Monaci per tutto l’arco della loro vita.

L’Accoglienza

Particolare attenzione viene posta ai familiari, segnatamente ai Genitori che possono visitare i figli ogni due mesi e consumare con loro un pasto all’anno.

In spirito di obbedienza al proprio Pastore la Comunità ha aperto le porte del parlatorio per un giorno alla settimana per le Confessioni, l’accompagnamento spirituale, l’introduzione alla Lectio Divina e per l’ascolto di persone in difficoltà.

Per chiunque volesse condividere la vita dei Monaci il Monastero mette a disposizione una cella per un massimo di cinque giorni.

Una giornata della Comunità

8.00-8.30: levata, preghiera personale e colazione. Riordino della Cella

8.30-10.00: Lodi in comune e ritiro in cella per la meditazione

10.00: lavoro anche fuori cella ove necessario per le attività della Casa

13.00: pranzo, riordino

13.30-15.00: studio o lettura

15.00-20.00: Ora Media e lavoro in Cella

20.00: cena e preparazione alla Veglia

21.00: Vespro, Ufficio delle letture, Veglia con adorazione

00.00: ritiro in Cella per la lectio divina

01.30: in Cappella per Compieta, domanda di perdono

02.00: riposo

Nei giorni di Domenica, e delle festività la Santa Messa viene celebrata alle ore 19.00.

Conclusione

“Possano Maria, Madre dei Peccatori, San Benedetto Giuseppe Labre e i Santi Protettori guidare fino al compimento, nella fedeltà gioiosa e nella carità fraterna, l'opera che Dio inizia in coloro che Egli chiama” (dalla Forma di Vita).

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